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domenica 6 novembre 2011

Una riflessione da condividere. (Venerdì 14 Ottobre 2011)

Stamattina in migliaia abbiamo manifestato la rabbia, l’insoddisfazione, il disagio generato da una classe politica dirigente che esclude dai meccanismi di potere i suoi cittadini, troppo occupata ad arroccarsi a difesa di privilegi ed interessi che riguardano il presente escludendo ogni prospettiva futura. Le riforme della scuola e dell’università non rappresentano che l’apice di una politica che colpisce solo i deboli e i giovani. Che il governo nazionale fosse capace solo di vergogne lo immaginavamo, d’altronde non ci si poteva aspettare altro da un Presidente del Consiglio come Berlusconi. E’ riduttivo e mortificante, però, leggere e sentire da parte dei mass-media locali che “gli studenti messinesi si sono risvegliati”.

Mortificante perché Messina, tra tante storture, non conta di certo l’apatia dei giovani, che seppur in piccolo manifestano continuamente straordinaria sensibilità sociale. Mortificante perché gli sforzi di 10.000 studenti, alcuni dei quali provenienti dalla provincia, sono stati sminuiti come il risultato aritmetico di Gelmini+sparata collettiva laddove i contenuti della protesta erano e sono ben altri.

Alla base del nostro pensiero c’è la consapevolezza che un governo ha il dovere e l’onore di rappresentare, tutelare e far crescere i propri cittadini. Prerogativa della politica dev’essere occuparsi del benessere e della felicità dei cittadini, non dei propri interessi. Non importa che si tratti del presidente del consiglio o del consigliere di quartiere, la questione resta intatta: lavorare per il bene comune con e per i cittadini.

A lungo ci siamo soffermati sui contenuti per il manifesto di idee della mobilitazione, ed è assurdo percepire un così forte disagio e non riuscire a dargli una forma, un volto, un nome. Non ci siamo riusciti perché alle vicende nazionali si legano le esperienze di ciascuno e la realtà locale. Siamo siciliani, messinesi e riconosciamo che esserlo comporta delle differenze sostanziali rispetto a qualsiasi altra zona geografica d’Europa. Purtroppo da noi tutto è più difficile e i mali di oggi si mischiano alle contraddizioni di sempre, alla mentalità diffusa e ai sopprusi di cui siano vittime.

Essere messinesi, ad esempio, a volte significa disoccupazione, sfruttamento sul lavoro, ignoranza, casta sociale, quartieri a rischio, diffusa sottomissione a questo o quel padrone. Uno scenario sociale da promessi sposi in cui sembra quasi di vedere i vari don abbondio, don rodrigo, qualche pallido e spaurito renzo e l’immancabile presenza dei bravi presenza fissa che di tanto in tanto vincono anche le elezioni.

Fortunatamente viviamo in una terra bellissima, illuminata dai colori pastello del cielo e del mare, ricca di storia e cultura, capace attraverso le sue meraviglie di rendere meno cupa ed angosciante la vita di tutti i giorni. Le ingiustizie piccole e grandi che siano però le subiamo quotidianamente ed è a queste che dobbiamo dire basta. Dobbiamo dire basta ad un sistema che vede, ad esempio nel lavoro, una successione ereditaria di padre in figlio che impedisce al ragazzo di oggi di scegliere liberamente quale cittadino essere domani. Vuoi fare il medico? Paga il corso. Vuoi fare lo spazzino? Trova una raccomandazione. Un sistema di potere basato sul clientelarismo che vende e compra la vita delle persone che a quel punto appartengono a qualcuno.

E’ questo che dobbiamo combattere, la totale schiavitù nei confronti di un sistema che se non hai un prezzo semplicemente di scarta, escludendoti. Ti esclude dalla vita politica, dall’economia, ti squalifica agli occhi della così detta “messina bene”. E’ inaccettabile.

E’ finito il tempo della resa incondizionata, è giunto il momento di reagire. Contro una formazione scadente, un mercato del lavoro chiuso, una politica insensibile ed affaristica, una casta che intreccia la sua attività con qualsiasi potere occulto in modo trasversale . Il cambiamento parte da ciascuno di noi, attraverso l’informazione, l’attenzione ai problemi, la voglia di amare ciò che ci circonda, il coraggio di riscattare la propria libertà. Pubblico è ciò che appartiene a tutti. Pubblico non significa che non appartiene a nessuno.

Oggi abbiamo vinto noi. Da domani ci aspettano nuove sfide, proposte da elaborare, riflessioni da affrontare. Accantoniamo le convinzioni di sempre, le divisioni cieche. Ristudiamo assieme tutto senza dare nulla per scontato. Dalla comunicazione all’informazione. Dal modo di fare politica agli obiettivi. Costruiamoci mattone dopo mattone questo benedetto futuro. Chissà, potremmo anche vincere!

venerdì 23 settembre 2011

Anch'io ricordo Giancarlo Siani (19 settembre 1959 - 23 settembre 1985) Attraverso il suo impegno, rinnovo il mio!


Oggi, 23 settembre 2011, ricorre il 26° anniversario di morte di Giancarlo Siani.

Ai più sconosciuto, Giancarlo Siani, era un giovane giornalista pubblicista. Appena 26 anni, compiuti qualche giorno prima il drammatico assassinio.

Appartenente ad una benestante famiglia napoletana Siani frequenta il Liceo Classico "Giovanbattista Vico" e proprio negli anni del licel matura la passione politica e l'impegno civile militando nei movimenti della sinistra studentesca. Diplomatosi si iscrive all'università e contemporaneamente collabora con alcuni periodici napoletani. Si occupa principalmente delle problematiche sociali, del disagio, dell'emarginazione. Comincia così ad interessarsi al fenomeno camorristico, al quale lega il disagio sociale come presupposto fondamentale per la creazione di serbatoi umani di manovalanza per la criminalità organizzata. Segue le vicende e le evoluzioni delle famiglie camorristiche, riconoscendone protagonisti e trame.

E' proprio questo il momento del passaggio tra il periodico "Osservatorio sulla camorra" ed il "Mattino" di cui è il corrispondente per Torre Annunziata. Giancarlo comincia a svolgere delle inchieste sui fenomeni della criminalità organizzata, studiandone la realtà e gli intrecci. I collegamenti con la politica, di cui la camorra stabilisce ritmi ed elezioni. L'inchiesta sugli appalti per la ricostruzione post-terremoto. Il contrabbando di sigarette, l'ascesa del boss Valentino Gionta.

L'attività giornalistica di Siani diventa per alcuni una minaccia; il modo di scrivere e l'accuratezza delle inchiesto lo rendono un personaggio scomodo, una radice da estirpare.

La condanna a morte arriverà il 10 giugno 1985, giorno di pubblicazione di un articolo relativo all'arresto di Gionta. A firmarla lo stesso Siani che nell'articolo descrive i rapporti tra il boss locale e Nuvoletta, referente campano di Totò Riina. Alla base dell'arresto di Gionta, infatti, c'è una soffiata da parte di Nuvoletta ai carabinieri. Soffiata dovuta alla volontà di porre fine alla guerra di mafia tra Nuvoletta ed un altro importante boss campano, per la cui risoluzione l'arresto di Gionta è fondamentale.

Per organizzare l'omicidio ci vorranno tre mesi, mesi in cui Siani non interromperà mai l'attività di giornalista nonostante le intimidazioni.

Il drammatico omicidio avverrà la sera del 23 settembre 1985. Siani stava tornando dalla redazione del "Mattino" quando, sotto casa, venne freddato da due sicari di Nuvoletta.

Giancarlo Siani per lungo tempo, nonostante la giovane età è stato esempio e simbolo per una realtà chiusa ed impaurita come Torre Annunziata. Di lui purtroppo si conosce ancora troppo poco ed è solo grazie ad un film recentemente girato che la sua storia ed il suo nome sono oggi simbolo di coraggio ed impegno.

Siani non si fermò alle inchieste, all'attività di giornalista che ricerca la verità,affiancò l'impegno sociale. Egli fu tra i primi portavoce dei movimenti anti-camorristici portando la propria testimonianza ovunque si trovasse, partecipando ad iniziative e seminari, andando nelle scuole, esponendosi in piazze e lughi istituzionali.

Personalmente sono molto affezzionato alla figura di questo giovane, grande uomo che rispecchia le parole di Borsellino quando si augurava che la gioventù negasse alla mafia il proprio appoggio. Giancarlo lo ha fatto, impegnandosi in prima persona, da giornalista, da cittadino, da ragazzo che rifiuta un sistema fatto di violenza, appalti truccati e silenzio.

Oggi vorrei che a ricordarlo fossero in molti. Che lo facessero ovunque si trovino, spendendo anche solo un minuto per riflettere e onorare un compagno ideale che se n'è andato, ma il cui esempio splenderà sempre come un faro nella notte. Un ragazzo di 26 anni a 26 dalla sua scomparsa.

sabato 11 giugno 2011

Berlinguer Vive! Dolce Enrico

"Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita." Enrico Berlinguer (Sassari, 25 maggio 1922 – Padova, 11 giugno 1984)


Sono trascorsi 27 anni dall'undici Giugno 1984.

27 anni in cui il "Dolce Enrico" non ha potuto guidare il suo popolo. A scontare la pena maggiore, però, sono state le generazioni successive, che lo hanno conosciuto attraverso i racconti dei più grandi e più recentemente per mezzo delle piattaforme multimediali. Alcuni miei coetanei, pur nascendo molti anni dopo la sua scomparsa, ne hanno apprezzato i discorsi, le idee, la figura a cui non a torto Venditti dedicò una canzone intitolandola "Dolce Enrico". A 27 anni dalla sua scomparsa vedendo i filmati di quest'uomo, così straordinario, non può che affiorare il rimpianto per non averlo conosciuto e ancor di più nel constatare come al giorno d'oggi nessun politico italiano possa anche lontanamente mettersi a confronto.

Anche riflettendoci attentamente mi sembra impossibile quantificare le volte che ho visto il suo ultimo discorso. Era il 7 Giugno del 1984, Enrico si trovava a Padova per la campagna elettorale del Partito Comunista Italiano, la stessa che avrebbe restituito al combattuto partito il suo miglior risultato nella storia della Repubblica.

Commovente la visita in ospedale del Presidente Pertini e la presenza ai funerali di milioni di persone, giunte sul luogo da tutta Italia per salutare quello che definirei come l'ultimo leader.

Nato a Sassari da una ricca famiglia, appartenente alla nobiltà terriera, Enrico si iscrisse al PCI all'età di 21 e ne organizzò la sezione sassarese. Noto alla questura per il suo attivismo politico fu considerato tra i promotori di una rivolta del pane per la quale fu anche arrestato e trattenuto in carcere.

La sua storia politica successiva è ben nota. Enrico è stato uno dei leader della sinistra più amato e seguito. Certo non mancarono le critiche, in particolar modo per il compromesso storico, ma l'appoggio del suo popolo non gli mancò mai.

Uomo discreto, riservato, che allontanava i giornalisti che lo fotografavano durante le vacanze estive in compagnia della famiglia.

Politico attento, lungimirante, che lavorava fino a tarda notte nel suo piccolo ufficio.

Berlinguer fu deputato per cinque legislature, Segretario Generale del PCI, guidò la delegazione italiana dei Comunisti a Mosca, condannò la repressione sovietica della rivolta di Praga e intrattenne rapporti con quello che verrà definito l'Eurocomunismo, con i socialdemocratici e con i laburisti.

Da dirigente dei Giovani Democratici Messinesi e Siciliani non posso non tenere in considerazione le peculiarità di Enrico che ne fecero un attento osservatore delle vicende italiane, nonchè un fine intellettuale.
Fu lui ad immaginare un dialogo ed un rapporto con cattolici, laici e comunisti che avrebbe portato ad una crescita senza precedenti per la democrazia italiana. Venne definito "Compromesso Storico".

Non una semplice strategia elettorale per ottenere più vasti consensi, ma una reale comunanza di idee come testimoniato dalla ricca corrispondenza tra Enrico ed il vescovo di Ivrea, Monsignor Bettazzi.

Enrico denunciò l'occupazione dei partiti nei confronti dello Stato, delle Istituzioni, degli Enti Locali, di Previdenza, degli organi di stampa, degli istituti culturali, delle università, degli ospedali.

Era convinto che se la situazione politica italiana fosse rimasta immutata la gente avrebbe continuato ad avere sfiducia nelle istituzioni democratiche, demonizzando i partiti. Che le degenerazioni avrebbero allontanato il popolo dal movimento democratico dei partiti.

Era la cosiddetta Questione Morale, che oggi a distanza di 27 anni non è più un'emergenza, ma una realtà.

In conclusione mi piace ricordare Enrico con quel sorriso dolce e le sue idee di giustizia, uguaglianza, libertà.

Enrico manchi a chi ti ha conosciuto e manchi a chi non ha avuto quest'onore. Io ti ricordo con queste parole:
"Noi siamo convinti che il mondo, anche questo terribile, intricato mondo di oggi può essere conosciuto, interpretato, trasformato, e messo al servizio dell'uomo, del suo benessere, della sua felicità. La lotta per questo obiettivo è una prova che può riempire degnamente una vita."



domenica 5 giugno 2011

Pensiero di Legalità

Abbiamo conquistato lo spazio, svelato il segreto della vita biologica, trovato energie alternative, possiamo generare artificialmente un uomo, ma ancora oggi nel terzo millennio non siamo riusciti a svincolarci dalla logica del più forte, dalla meschina prepotenza della sopraffazione. Gli eroi sono tutti morti e la giustizia ignorata. Il rispetto e la sovranità della legalità, oggi più che mai, è battaglia di civiltà, lotta di popolo.

Elaborare e diffondere un'autentica cultura dei valori civili rappresenta la sfida più importante per un’umanità che ha voglia di riscatto. Si tratta di una cultura che elegge il diritto come espressione del patto sociale, come unico vero garante di equità. La legalità non è semplice lotta a questa o a quella cosca mafiosa, ma una cosciente acquisizione di una nozione più profonda ed estesa dei diritti di cittadinanza e di quei principi su cui si fonda la civile convivenza: la coscienza della pari dignità dei cittadini, aiuta a comprendere come la vita personale e sociale si fondi su un sistema di relazioni giuridiche, sviluppata dalla consapevolezza che condizioni quali dignità, libertà, solidarietà, sicurezza, non possono considerarsi come acquisite per sempre, ma vanno perseguite, volute e, una volta conquistate, protette.

L'educazione alla legalità si pone non soltanto come premessa culturale indispensabile ma anche come sostegno operativo quotidiano, poiché soltanto se l'azione di lotta sarà radicata saldamente nelle coscienze e nella cultura dei giovani, essa potrà acquisire caratteristiche di duratura efficienza, di programmata risposta all'incalzare temibile del fenomeno criminale. Il rispetto delle leggi comporta un atteggiamento critico e attivo e nasce dalla consapevolezza che, se ingiuste o non più rispondenti alle esigenze del momento, regole, norme e leggi possono essere modificate.

Infatti, educare alla legalità vuol dire in primo luogo praticarla: le regole non devono essere presentate come comportamenti obbligatori, ma devono essere vissute con consapevolezza e partecipazione. Alla testa dell’esercito della legalità non possono collocarsi altri se non quelli che hanno speso anima e corpo in questa lotta di civiltà che oggi come ieri crocifigge e vede ogni giorno nuovi martiri. Lo Stato, deve dunque eleggersi a difensore di questi eroi moderni, che troppo spesso lasciati soli sono vittime di quelle stesse ingiustizie che lottano in nome di una concezione di Stato più alto. Ci mancano i nostri eroi, affettivamente e per l’esempio che trovavamo sempre accanto, che hanno condiviso con tanti, ma sfruttato troppo poco. L’esempio che incarichi pubblici e rigore morale possono stare nella stessa persona. Che coerenza, onestà e obbiettività non sono un optional ma valori da tenere sempre in primo piano.

Che si può continuare a lottare anche dopo la sconfitta dell’impegno e del sogno di una vita. Un esempio che paradossalmente risultava a volte troppo ingombrante anche per loro che hanno fatto del rigore morale la propria vita.

Guglielmo Sidoti // In morte degli eroi, Stoà

venerdì 27 maggio 2011

Noi, Giovani Democratici

“Questi non hanno speranza di morte, e la loro cieca vita è tanto bassa, che ‘nvidiosi son d’ogne altra sorte. Fama di loro il mondo esser non lassa; misericordia e giustizia li sdegna: non ragioniamo di loro, ma guarda e passa”Dante, Inferno III canto 46-51

Così Dante descriveva gli ignavi, considerandoli indegni di meritare le gioie del Paradiso e le pene dell’Inferno. Indegni perché vissero la propria vita senza servire né il bene né il male, senza mai osare, senza avere una propria idea, limitandosi ad adeguarsi.

L’ignavo è l’indifferente, colui che ha paura delle conseguenze che possono derivare dalle proprie scelte. E’ un opportunista, che preferisce adeguarsi alla linea del vincente. E’ soprattutto un vile, che subisce con il capo chinato, senza mai essere protagonista, neanche di se stesso.

Quello che viviamo è senza dubbio uno dei periodi più bui della storia del nostro paese, eppure gli indifferenti continuano ad esistere e avanzare. L’indifferenza continua ad essere, anche oggi, uno dei mali peggiori per una società, perché permette a pochi di decidere per molti, perché è colpevole silenzio,omertà.
In un momento storico così difficile, tra crisi economica e valoriale, tra disoccupazione e precariato, mentre assistiamo allo smantellamento del diritto allo studio e del welfare, come si può restare indifferenti ad aspettare sperando che non tocchi ad uno di noi perdere il posto di lavoro, dovere abbandonare l’università, essere sfrattati.

Come possiamo pensare che tutto ciò non ci riguardi direttamente o peggio che l’unica via da percorrere sia quella della rassegnazione.

Sono convinto che siano molto più numerosi i talenti nascosti di quelli espressi. Questo perché sono riusciti a convincerci che i sogni sono un’inutile perdita di tempo e bisogna rassegnarsi. I sogni come le idee non sono materiali, questo è vero, ma se a supportarli siamo in tanti acquistano forma e diventano tangibili.
La Politica ad esempio è l’arte del realizzare, di amministrare, di trasformare un’idea di società in realtà. Tanti italiani, oggi, nutrono sentimenti di sfiducia nei confronti dei politici, ma la politica vera è quella di tutti i giorni, quella fatta nei quartieri, nelle scuole, nelle università,sul posto di lavoro. E’ un dovere-diritto di tutti contribuire al miglioramento di ciò che ci circonda. Non ha importanza dove e come, l’importante è esportare in modo sano idee per migliorare e migliorarsi tentando giorno dopo giorno di accompagnare la promozione umana del singolo all’avanzamento economico, sociale e culturale della collettività.
A breve avrà inizio la prima campagna tesseramento dei Giovani Democratici di Messina. Un’occasione per inaugurare uno splendido percorso da fare assieme.

Il nostro non è di certo un paese per giovani, questo lo sappiamo bene. A volte è davvero frustrante constatare come tutto si trasformi in una scommessa. Senza alcuna certezza il futuro diventa una minaccia, non una promessa.

Il nostro impegno per questa ragione dovrà essere alimentato dalla passione per la politica di chi costruisce nel presente il paese che vivrà domani, da protagonista. La voglia di studiare a fondo i problemi del nostro quartiere, della nostra città, della regione, dell’Italia, dell’Europa e del mondo.

Essere un Giovane Democratico è tutto questo e molto altro.

Significa credere in un sistema meritocratico, in un’istruzione libera e pubblica, nel diritto al lavoro e nella tutela sociale del lavoratore, significa pretendere un sistema del welfare al passo con i tempi ed efficace.

Un Giovane Democratico non accetta con rassegnazione la mafia, la logica della sopraffazione,la corruzione, la speculazione, l’illegalità, la distruzione dell’ambiente, il razzismo, le discriminazioni siano esse economiche, religiose o politiche.

I Giovani Democratici rifiutano l’indifferenza perché sono il coraggio delle idee che non ha paura di esprimersi e assumere una posizione.

I Giovani Democratici ascoltano, vedono, parlano.

I Giovani Democratici siamo tutti noi.

Senza ossigeno non si vive, senza libertà al massimo si sopravvive. Grazie Giovanni.

Caro Giovanni,

sono trascorsi 19 anni da quel tragico 23 maggio 1992. Quella domenica di maggio di tanti anni fa ero troppo giovane per conoscerti. Avevo poco meno di un anno e di certo a quell'età non potevo comprendere quanto stesse succedendo, né che in quella strada, quel pomeriggio, cinque quintali di tritolo avevano fatto letteralmente saltare in aria le auto che trasportavano te, la tua compagna e la tua scorta. E' a voi che va il mio pensiero, a voi che non ho mai conosciuto e la cui morte mi appare, tutt'ora, come il peggiore dei furti. A te, Giovanni, che sei morto quando ero troppo piccolo per piangere il tuo sacrificio e ammirare il tuo coraggio. Ricordo ancora il giorno in cui ti ho conosciuto. Era una mattina di giugno, si era appena concluso il mio primo anno delle scuole medie e preso dalla noia avevo deciso di leggere un libro lasciato da mia madre sul tavolino in vetro del soggiorno. Il libro era "Cose di cosa nostra" scritto da te in collaborazione con Marcello Padovani. Lo lessi tutto di un fiato. Su quelle pagine, lette e rilette, ci ho trascorso intere giornate affascinato dalla tua figura così seria, preparata, onesta. Ti immaginavo un gigante, un combattente, un uomo forte che crede in un ideale e per esso lotta senza risparmiarsi nessuna fatica. Presto non mi bastò quella lettura avendo voglia di vedere il tuo volto, ascoltare la tua voce. Presi a guardare video, interviste, documentari. Avevo la stessa voglia di conoscerti di chi ha perso troppo presto il padre e cerca nelle poche tracce rimaste di costruirne un ricordo. Devo a te il mio interesse nei confronti della politica, affascinato dalla tua combattività, dalla voglia di fare e divulgare. Oggi caro Giovanni sono trascorsi 19 anni da quel tragico 23 maggio 1992. Oggi ho 19 anni e sono abbastanza grande per avere quelle lacrime per piangere il tuo sacrificio e l'ammirazione per il tuo coraggio che mi mancarono allora. Purtroppo ho anche la rabbia di chi vede come in tanti si riempiano la bocca delle tue parole, del tuo esempio per poi essere più spregevoli delle persone che hai combattuto. Dovresti vedere quanti fiumi di parole vengono versati contro la mafia, quanta falsità nell'indignazione di politici e politicanti. L'aspetto che mi fa più rabbia, però, non sono questi quattro "scassapagghiari", ma vedere l'inconsapevole colpevolezza di chi pensa che ottenere un posto di lavoro, una raccomandazione, un aiuto economico in cambio di favori e sottomissione non li renda alla stregua dei tuoi avversari compici di questo sistema mafioso. Una volta il tuo collega ed amico Borsellino disse che politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio e che o si fanno la guerra o si mettono d'accordo. Magari si stessero facendo la guerra, almeno ci sarebbe una parte dalla quale stare, un nemico evidente da combattere. Purtroppo non è così. In Sicilia i morti ammazzati di mafia sono sempre meno e questo mi preoccupa perché mentre c'è chi afferma che parlare di mafia, soprattutto all'estero, lede l'immagine dell'Italia e della Sicilia io vedo il proliferare di periferie economiche, culturali e sociali. Interi quartieri sfuggiti al controllo dello Stato in cui vigono leggi diverse da quelle comuni. In cui alcuni si arrogano il diritto di decidere per molti. In cui i ragazzi vengono educati alla cultura della sopraffazione, abituati a sopravvivere e a servire sottomessi, senza possibilità di uscita. Questi ragazzi non frequenteranno l'università, non saranno professionisti, molto probabilmente non termineranno neanche le scuole superiori. E mentre i più fortunati completano il proprio percorso di studi altrove, con l'illusione di tornare, le città si svuotano dei giovani siciliani più preparati permettendo così a quelle periferie di espandersi. Giovanni dovresti vedere come questi grandi uomini della politica siciliana si battono il petto parlando di mafia. Salvo poi rivolgersi a quelle periferie per comprare voti, bassa manovalanza e schiavitù. In questi anni ho imparato che le persone, purtroppo, hanno un prezzo, a volte soddisfatto da qualche pacco di pasta o dalla promessa di un lavoro. Ho imparato che la Sicilia è la terra degli "intoccabili", di chi è senza nome e di chi invece ha un cognome talmente importante da oscurare qualsiasi malefatta. "I capi famiglia" oggi vestono armani, indossano cravatte di marinella e girano in auto blu con tanto di scorta. Diventano persino governatori della Sicilia. Qui non si tratta più di affermare l'autorità dello Stato, ma di strappare l'autorità dello Stato alla mafia. Sapessi quanto fa male vedere il tuo sorriso ottimista oscurato dal ghigno di chi la battaglia per l'affermazione del potere personale l'ha vinta. La nostra è davvero una terra bellissima, ma oggi come ieri è in cancrena, agognante. Coloro i quali non accettano il compromesso, la complicità, la rassegnazione, l'ubbidienza vanno via spogliando così la Sicilia dei suoi figli migliori.

Purtroppo qualcuno da bambino ha avuto la sciagurata idea di convincermi che le favole sono ben altra cosa rispetto alla realtà. Che gli eroi sono tutti morti e che a interesse bisogna contrapporre interesse maggiore. Nonostante questo voglio credere che un popolo forte come quello siciliano, a cui apparteniamo, possa trovare la forza e il coraggio di vivere la battaglia contro la mafia come una guerra di liberazione.

Se è vero che senza ossigeno non si vive, senza libertà al massimo si sopravvive.

Grazie Francesca Morvillo.
Grazie Giuseppe Costanza.
Grazie Vito Schifani.
Grazie Antonio Montinaro.
Grazie Rocco Dicillo.
Grazie Paolo Capuzzo.
Grazie Gasparre Cervello.
Grazie Angela Corbo.

Grazie Giovanni, grazie di cuore. Tu ci hai dato il coraggio di portare avanti quelle idee di cui ti sei fatto portavoce, ora tocca a noi farle camminare sulle nostre gambe.


giovedì 28 aprile 2011

La cultura rende un popolo facile da guidare, ma difficile da trascinare. Facile da governare, ma impossibile da schiavizzare.

Cercando una definizione efficace per il termine cultura mi sono imbattutto nella sua origine latina, cultura infatti deriva da "colere" che significa coltivare e di certo questo mi sembra il modo più adeguato per descrivere il concetto stesso di cultura. Coltivare una formazione individuale, coltivare l'animo umano, coltivare il variegato insieme di costumi, atteggiamenti, valori, ideali di una determinata società. Questo il senso che mi va di dare alla cultura. La cultura si basa su trasmettitori, siano essi materiali o umani.

Durante questo lavorare sul significato della parola cultura e sugli strumenti utilizzati per tramandarla e diffonderla non può che venirmi in mente il nostro impegno quotidiano, i nostri ragionamenti volti a trovare il metodo più efficace per migliorare la nostra città, quindi la nostra società. Abbiamo sempre cercato di puntare sulla formazione, sulla creazione di una coscienza critica e per far ciò la cultura rappresenta l'elemento primario. Cineforum, incontri tematici, dibattiti, letture, manifestazioni musicali o a favore della legalità, tutti momenti di condivisione importanti che ci hanno mostrato come la cultura sia indispensabile in una società che ha la presunzione di autodefinirsi civilizzata.

Messina, agli occhi di tutti, presenta un panorama scarno dal punto di vista culturale. La promozione dei talenti e dei giovani artisti messinesi si limita a qualche sporadica manifestazione, che tra gli intenti (politici) racchiude ogni cosa tranne il reale interesse nei confronti della cultura e dei suoi trasmettitori. Abbiamo assistito alla strumentalizzazione della cultura in occasioni come la notte bianca della cultura, che meglio potremmo definire come notte bianca della celebrazione di scarsissimi politici messinesi, che hanno pensato bene di farsi pubblicità in vista delle prossime elezioni.

Come dimenticare, invece, la Giornata Mondiale del Teatro, che per la prima volta organizzata a Messina dalla Consulta Provinciale degli Studenti ha visto salire sul palco il Presidente della Provincia Nanni Ricevuto, il quale si è "limitato" ad elogiare l'impegno dell'amministazione provinciale nei confronti della promozione dei giovani artisti mesinesi, riferendosi all'improvvisa e insispiegabile disponibilità del Vittorio Emanuele dopo che la Consulta aveva deciso di collaborare con la Provincia per la giornata (guarda caso, prima di decidere di fare intervenire il buon vecchio Nanni alla conferenza stampa, il teatro, gestito dal fratello Gustavo, non era disponibile).

O la mancanza di una risposta alla lettera aperta indirizzata a Ricevuto, scritta personalmente e pubblicata da alcuni giornali in cui descrivevo i costi esorbitanti per sale prove (tutte private) o la mancanza di spazi pubblici in cui esibirsi di giovani e giovanissimi artisti messinesi che come unica colpa avevano quella di aver seguito la passione per la musica senza aver messo in conto la strafottenza di chi li governa.

In quella lettera avevo invitato il Presidente Ricevuto "a non creare false illusioni sociali tra i ragazzi che si accingono ad entrare in questo mondo da professionisti del settore. L'arte rappresenta quanto di più bello prodotto dall'uomo, ma per vivere si ha bisogno di una casa, di una retribuzione adeguata, di sicurezze. Oggi il giovane messinese non ha tali sicurezze e deve sostenere costi esorbitanti per una formazione privata che molto probabilmente non troverà riscontri lavorativi."

Mi vengono in mente le parole di un grande statista come De Gasperi il quale disse che "il politico pensa alle prossime elezioni, lo statista alle prossime generazioni".

Messina non è solo abusivismo, mafia, clienteralismo, corruzione, disoccupazione... squallore.

Messina è tanto altro. E' eccellenze, anche e soprattutto in campo culturale.
Messina è la voglia dei suoi cittadini di cambiare e di crescere. E si cresce soprattutto attravero la Cultura.
La Cultura di chi si spende gratuitamente ogni giorno per diffondere idee e valori ai più sconosciuti, per i tanti preparati professionisti denigrati e relegati a manifestazioni corali in cui hanno a disposizione 5 minuti per mostrare la propria arte frutto di anni ed anni di sacrifici e studii.

Messina non è morta come alcuni vorrebbero. Messina risorgerà e saranno i suoi figli più generosi a riportarla ad essere la porta di accesso a quella che un tempo era la MAGNA GRECIA.

Due appuntamenti per Messina e i Messinesi:

Il 30 Aprile 2011
Unione Per La Cultura porta in scena l'evento multidisciplinare "Perla Prima" in cui si alterneranno i migliori artisti messinesi nelle più disparate discipline presso il Teatro della Luna Obbligua (Cristo Re, strutture sordomuti)

Il 1 Maggio 2011
L'associazione Indipendentemente e il centro multiculturale OFFICINA vi invitano presso i propri locali (in via dei disciplinati) per celebrare la festa del lavoro e dei lavoratori in compagnia delle associazioni partecipanti e di moltissimi gruppi musicali come i VALLANZASCA per la prima volta a Messina dopo 13 anni.

Due occasioni più uniche che rare per dimostrare, dopo la criticità, la voglia di ricostruire.

"Quali beni di tale importanza farai tuoi una volta diventato lapicida, costei ti ha chiesto: non sarai nient’altro che un lavoratore, uno che fatica e che ha posto tutte quante le speranze della sua vita in questo (lavoro), che è lui stesso oscuro, che riceve piccoli e trascurabili guadagni, misero nelle ambizioni, trasandato nelle comparse, non inutile agli amici né temibile per i nemici, né invidiabili per i cittadini, ma soltanto un lavoratore e uno di quelli dalla massa, che ha sempre paura di chi è più ricco e che fa la corte a chi è capace di parlare, che vive una vita di lepre, e che è preda del più forte." Luciano

lunedì 26 luglio 2010

Lettera aperta al Presidente della Provincia di Messina

Presidente della Provincia Regionale di Messina,

oggi 27 Marzo si celebra per la prima volta in Italia la Giornata Mondiale del Teatro, istituita in Austria nel 1961 dall'ITT ( Istituto internazionale del teatro). La Giornata mondiale del Teatro è volta a richiamare l'interesse del pubblico - in particolare i giovani - sull'importanza del teatro, quale elevata forma di espressione artistica di alto valore sociale, in grado di rafforzare la pace e l'amicizia tra i popoli, a promuoverne la funzione educativa e sociale, in quanto fattore fondamentale di aggregazione e socializzazione delle varie realtà culturali del nostro Paese. Personalmente plaudo l'iniziativa da Lei coordinata presso il Teatro Vittorio Emanuele con la collaborazione della Consulta Provinciale degli Studenti di Messina. Da Presidente della suddetta, in seguito ad un'indagine portata avanti assieme ai rappresentanti delle scuole, sono giunto alla conclusione che la sua azione di sensibilizazzione nei confronti della cultura e della creatività studentesca sia lodevole, ma priva di riscontri pratici. L'amministrazione comunale e provinciale ha in diverse occasioni manifestato la volontà di dare risalto ad un settore troppo spesso ignorato o sfruttato. Noto una certa contraddizione tra le iniziative promosse ed il panorama attuale: gli studenti impegnati in attività legate alla cultura e alla creatività non usufruiscono di spazi e strumenti adeguati. Ritengo una vergogna che i giovanissimi musicisti messinesi siano costretti a sborsare dai 20 ai 50 euro all'ora per provare in sale attrezzate e che il costo di incisione di un singolo oscilli dai 50 ai 100 euro, tutto ciò a causa della totale assenza di spazi e strumeti gratuiti a loro riservati. Noto con rammarico che i nostri artisti emergenti e le loro compagnie non riescono a fare della passione una professione, essendo lasciati soli di fronte allo sfruttamento e relegati ad attività di mero intrattenimento. Mi rivolgo a Lei, di cui conosco sensibilità e capacità politica, per denunciare la totale latitanza delle istituzioni cittadine nei confronti degli artisti emergenti che andrebbero, a mio avviso, valorizzati e supportati adeguatamente, piuttosto che abbandonati a se stessi in attesa di risposte mai giunte. Per una città come la nostra, martoriata dall'indifferenza e dalla sfiducia, una seria politica culturale servirebbe a formare nei cittadini una coscienza diffusa. Gli studenti messinesi e coloro i quali sia avvicinano a questo mondo hanno il diritto di usufruire di spazi adeguati e completamente gratuiti in cui sviluppare liberamente creatività e cultura. Se ciò non fosse possibile la invito caldamente ad abbandonare ogni iniziativa in tal senso, che servirebbe solo a creare false illusioni sociali tra i ragazzi che si accingono ad entrare in questo mondo da professionisti del settore. L'arte rappresenta quanto di più bello prodotto dall'uomo, ma per vivere si ha bisogno di una casa, di una retribuzione adeguata, di sicurezze. Oggi il giovane messinese non ha tali sicurezze e deve sostenere costi esorbitanti per una formazione privata che molto probabilmente non troverà riscontri lavorativi. La prego di prendere in considerazione questi elementi e di visionare il materiale da noi prodotto in tal senso. Credo sia una questione di rispetto e dignità, il futuro di questi ragazzi è anche in mano sua, ne faccia un buon uso. C’è la necessità di una politica matura e capace di promuovere la dignità umana contro i pregiudizi di chi oggi vede Messina come ultima ruota del carro. La città dello Stretto è una città ormai dimenticata ignorata e profondamente amareggiata, ma ha voglia di spazi culturali per la musica, il cinema, il teatro: una realtà che vuole tornare ad essere viva e attiva, capace di costruire il futuro e non di esserne vittima. Credo sia una questione di rispetto e dignità, il futuro di questi ragazzi è anche in mano sua, ne faccia un buon uso.



Guglielmo Sidoti
Presidente della Consulta Provinciale degli Studenti

Alcune considerazioni

Politica come arte di governare la società, di costituire, organizzare, amministrare lo Stato e dirigere la vita pubblica. Comunque la si voglia intendere, certo è che nessun fatto di vita si sottrae alla politica. La politica, per me, è quindi impegno diretto alla realizzazione di una società in cui a ciascun campo corrisponda un impegno nei confronti di altri.

Ho sempre percepito la politica come un qualcosa di importante e questa mia concezione si è poi gradualmente trasformata in consapevole impegno in prima persona: oggi sono poco più che maggiorenne ed il mio legame con il mondo della politica, intesa come volontà di miglioramento, mi vede impegnato, in prima linea, nell’universo della rappresentanza studentesca. Partecipo attivamente anche in campo associazionistico e partitico avendo scelto di aderire al progetto del Partito Democratico. Dal 2009 faccio parte dei Giovani Democratici di Messina, membro di direzione provinciale ed esecutivo.

Alla luce di tutte le attività svolte, in particolar modo in questi ultimi tre anni, mi sono convinto che la Politica può essere una “cosa buona” solo se ciascuno di noi, in quanto cittadino di questo paese, è ben informato e può pienamente esercitare il diritto-dovere di partecipare attivamente alla vita sociale, economica e politica del proprio territorio, dando un’impronta fondamentale al cambiamento. Sento tuttavia che manca in buona parte delle persone che mi circondano la coscienza civica, cioè la consapevolezza di essere parte integrante e attiva del territorio in cui vive e di poter essere determinante per i cambiamenti, la “cultura delle legalità”, cioè la cultura del rispetto degli altri e delle regole, l’idea dell’impegno come un valore in sé, scevro dal calcolo del successo e del profitto, cioè la convinzione che è possibile cambiare le cose chiedendoci non cosa i “politici” possono fare per noi, ma cosa noi stessi possiamo fare in prima persona, proprio perchè “come potremmo attendere dagli altri ciò che non siamo disposti a dare noi?”. Concludendo, mi piace pensare che questo mio modo di vivere la politica e tutto ciò che la circonda sia già stato cristallizzato in una frase di Don Milani che non mi stanco di ricordare: “Tutti abbiamo dei problemi: uscirne da soli è mafia, uscirne insieme è politica”.