sono trascorsi 19 anni da quel tragico 23 maggio 1992. Quella domenica di maggio di tanti anni fa ero troppo giovane per conoscerti. Avevo poco meno di un anno e di certo a quell'età non potevo comprendere quanto stesse succedendo, né che in quella strada, quel pomeriggio, cinque quintali di tritolo avevano fatto letteralmente saltare in aria le auto che trasportavano te, la tua compagna e la tua scorta. E' a voi che va il mio pensiero, a voi che non ho mai conosciuto e la cui morte mi appare, tutt'ora, come il peggiore dei furti. A te, Giovanni, che sei morto quando ero troppo piccolo per piangere il tuo sacrificio e ammirare il tuo coraggio. Ricordo ancora il giorno in cui ti ho conosciuto. Era una mattina di giugno, si era appena concluso il mio primo anno delle scuole medie e preso dalla noia avevo deciso di leggere un libro lasciato da mia madre sul tavolino in vetro del soggiorno. Il libro era "Cose di cosa nostra" scritto da te in collaborazione con Marcello Padovani. Lo lessi tutto di un fiato. Su quelle pagine, lette e rilette, ci ho trascorso intere giornate affascinato dalla tua figura così seria, preparata, onesta. Ti immaginavo un gigante, un combattente, un uomo forte che crede in un ideale e per esso lotta senza risparmiarsi nessuna fatica. Presto non mi bastò quella lettura avendo voglia di vedere il tuo volto, ascoltare la tua voce. Presi a guardare video, interviste, documentari. Avevo la stessa voglia di conoscerti di chi ha perso troppo presto il padre e cerca nelle poche tracce rimaste di costruirne un ricordo. Devo a te il mio interesse nei confronti della politica, affascinato dalla tua combattività, dalla voglia di fare e divulgare. Oggi caro Giovanni sono trascorsi 19 anni da quel tragico 23 maggio 1992. Oggi ho 19 anni e sono abbastanza grande per avere quelle lacrime per piangere il tuo sacrificio e l'ammirazione per il tuo coraggio che mi mancarono allora. Purtroppo ho anche la rabbia di chi vede come in tanti si riempiano la bocca delle tue parole, del tuo esempio per poi essere più spregevoli delle persone che hai combattuto. Dovresti vedere quanti fiumi di parole vengono versati contro la mafia, quanta falsità nell'indignazione di politici e politicanti. L'aspetto che mi fa più rabbia, però, non sono questi quattro "scassapagghiari", ma vedere l'inconsapevole colpevolezza di chi pensa che ottenere un posto di lavoro, una raccomandazione, un aiuto economico in cambio di favori e sottomissione non li renda alla stregua dei tuoi avversari compici di questo sistema mafioso. Una volta il tuo collega ed amico Borsellino disse che politica e mafia sono due poteri che vivono sul controllo dello stesso territorio e che o si fanno la guerra o si mettono d'accordo. Magari si stessero facendo la guerra, almeno ci sarebbe una parte dalla quale stare, un nemico evidente da combattere. Purtroppo non è così. In Sicilia i morti ammazzati di mafia sono sempre meno e questo mi preoccupa perché mentre c'è chi afferma che parlare di mafia, soprattutto all'estero, lede l'immagine dell'Italia e della Sicilia io vedo il proliferare di periferie economiche, culturali e sociali. Interi quartieri sfuggiti al controllo dello Stato in cui vigono leggi diverse da quelle comuni. In cui alcuni si arrogano il diritto di decidere per molti. In cui i ragazzi vengono educati alla cultura della sopraffazione, abituati a sopravvivere e a servire sottomessi, senza possibilità di uscita. Questi ragazzi non frequenteranno l'università, non saranno professionisti, molto probabilmente non termineranno neanche le scuole superiori. E mentre i più fortunati completano il proprio percorso di studi altrove, con l'illusione di tornare, le città si svuotano dei giovani siciliani più preparati permettendo così a quelle periferie di espandersi. Giovanni dovresti vedere come questi grandi uomini della politica siciliana si battono il petto parlando di mafia. Salvo poi rivolgersi a quelle periferie per comprare voti, bassa manovalanza e schiavitù. In questi anni ho imparato che le persone, purtroppo, hanno un prezzo, a volte soddisfatto da qualche pacco di pasta o dalla promessa di un lavoro. Ho imparato che la Sicilia è la terra degli "intoccabili", di chi è senza nome e di chi invece ha un cognome talmente importante da oscurare qualsiasi malefatta. "I capi famiglia" oggi vestono armani, indossano cravatte di marinella e girano in auto blu con tanto di scorta. Diventano persino governatori della Sicilia. Qui non si tratta più di affermare l'autorità dello Stato, ma di strappare l'autorità dello Stato alla mafia. Sapessi quanto fa male vedere il tuo sorriso ottimista oscurato dal ghigno di chi la battaglia per l'affermazione del potere personale l'ha vinta. La nostra è davvero una terra bellissima, ma oggi come ieri è in cancrena, agognante. Coloro i quali non accettano il compromesso, la complicità, la rassegnazione, l'ubbidienza vanno via spogliando così la Sicilia dei suoi figli migliori.
Purtroppo qualcuno da bambino ha avuto la sciagurata idea di convincermi che le favole sono ben altra cosa rispetto alla realtà. Che gli eroi sono tutti morti e che a interesse bisogna contrapporre interesse maggiore. Nonostante questo voglio credere che un popolo forte come quello siciliano, a cui apparteniamo, possa trovare la forza e il coraggio di vivere la battaglia contro la mafia come una guerra di liberazione.
Se è vero che senza ossigeno non si vive, senza libertà al massimo si sopravvive.
Grazie Francesca Morvillo.
Grazie Giuseppe Costanza.
Grazie Vito Schifani.
Grazie Antonio Montinaro.
Grazie Rocco Dicillo.
Grazie Paolo Capuzzo.
Grazie Gasparre Cervello.
Grazie Angela Corbo.
Grazie Giovanni, grazie di cuore. Tu ci hai dato il coraggio di portare avanti quelle idee di cui ti sei fatto portavoce, ora tocca a noi farle camminare sulle nostre gambe.
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