
Stamattina in migliaia abbiamo manifestato la rabbia, l’insoddisfazione, il disagio generato da una classe politica dirigente che esclude dai meccanismi di potere i suoi cittadini, troppo occupata ad arroccarsi a difesa di privilegi ed interessi che riguardano il presente escludendo ogni prospettiva futura. Le riforme della scuola e dell’università non rappresentano che l’apice di una politica che colpisce solo i deboli e i giovani. Che il governo nazionale fosse capace solo di vergogne lo immaginavamo, d’altronde non ci si poteva aspettare altro da un Presidente del Consiglio come Berlusconi. E’ riduttivo e mortificante, però, leggere e sentire da parte dei mass-media locali che “gli studenti messinesi si sono risvegliati”.
Mortificante perché Messina, tra tante storture, non conta di certo l’apatia dei giovani, che seppur in piccolo manifestano continuamente straordinaria sensibilità sociale. Mortificante perché gli sforzi di 10.000 studenti, alcuni dei quali provenienti dalla provincia, sono stati sminuiti come il risultato aritmetico di Gelmini+sparata collettiva laddove i contenuti della protesta erano e sono ben altri.
Alla base del nostro pensiero c’è la consapevolezza che un governo ha il dovere e l’onore di rappresentare, tutelare e far crescere i propri cittadini. Prerogativa della politica dev’essere occuparsi del benessere e della felicità dei cittadini, non dei propri interessi. Non importa che si tratti del presidente del consiglio o del consigliere di quartiere, la questione resta intatta: lavorare per il bene comune con e per i cittadini.
A lungo ci siamo soffermati sui contenuti per il manifesto di idee della mobilitazione, ed è assurdo percepire un così forte disagio e non riuscire a dargli una forma, un volto, un nome. Non ci siamo riusciti perché alle vicende nazionali si legano le esperienze di ciascuno e la realtà locale. Siamo siciliani, messinesi e riconosciamo che esserlo comporta delle differenze sostanziali rispetto a qualsiasi altra zona geografica d’Europa. Purtroppo da noi tutto è più difficile e i mali di oggi si mischiano alle contraddizioni di sempre, alla mentalità diffusa e ai sopprusi di cui siano vittime.
Essere messinesi, ad esempio, a volte significa disoccupazione, sfruttamento sul lavoro, ignoranza, casta sociale, quartieri a rischio, diffusa sottomissione a questo o quel padrone. Uno scenario sociale da promessi sposi in cui sembra quasi di vedere i vari don abbondio, don rodrigo, qualche pallido e spaurito renzo e l’immancabile presenza dei bravi presenza fissa che di tanto in tanto vincono anche le elezioni.
Fortunatamente viviamo in una terra bellissima, illuminata dai colori pastello del cielo e del mare, ricca di storia e cultura, capace attraverso le sue meraviglie di rendere meno cupa ed angosciante la vita di tutti i giorni. Le ingiustizie piccole e grandi che siano però le subiamo quotidianamente ed è a queste che dobbiamo dire basta. Dobbiamo dire basta ad un sistema che vede, ad esempio nel lavoro, una successione ereditaria di padre in figlio che impedisce al ragazzo di oggi di scegliere liberamente quale cittadino essere domani. Vuoi fare il medico? Paga il corso. Vuoi fare lo spazzino? Trova una raccomandazione. Un sistema di potere basato sul clientelarismo che vende e compra la vita delle persone che a quel punto appartengono a qualcuno.
E’ questo che dobbiamo combattere, la totale schiavitù nei confronti di un sistema che se non hai un prezzo semplicemente di scarta, escludendoti. Ti esclude dalla vita politica, dall’economia, ti squalifica agli occhi della così detta “messina bene”. E’ inaccettabile.
E’ finito il tempo della resa incondizionata, è giunto il momento di reagire. Contro una formazione scadente, un mercato del lavoro chiuso, una politica insensibile ed affaristica, una casta che intreccia la sua attività con qualsiasi potere occulto in modo trasversale . Il cambiamento parte da ciascuno di noi, attraverso l’informazione, l’attenzione ai problemi, la voglia di amare ciò che ci circonda, il coraggio di riscattare la propria libertà. Pubblico è ciò che appartiene a tutti. Pubblico non significa che non appartiene a nessuno.
Oggi abbiamo vinto noi. Da domani ci aspettano nuove sfide, proposte da elaborare, riflessioni da affrontare. Accantoniamo le convinzioni di sempre, le divisioni cieche. Ristudiamo assieme tutto senza dare nulla per scontato. Dalla comunicazione all’informazione. Dal modo di fare politica agli obiettivi. Costruiamoci mattone dopo mattone questo benedetto futuro. Chissà, potremmo anche vincere!
